Giada, stai iniziando poco alla volta a interessarti alle favole, per cui oggi ti racconto la storia di un principe molto speciale, di uno Zar. Ebbene sì, gli imperatori dell’Est non si sono mica estinti, infatti noi milanisti ne abbiamo conosciuto uno: viso angelico, biondissimo ed educato fuori dal campo; occhi da tigre, velocità e carattere da vendere in campo. Ma partiamo dall’inizio.

Si chiamava Andrji e nacque in Ucraina, in quella zona maledetta dal disastro di Chernobyl. Il suo babbo era un militare e la sua educazione ferrea venne forgiata non solo in famiglia, ma anche nella squadra in cui militò, la Dinamo Kiev. Ebbe infatti la fortuna di essere allenato dal grande Colonnello Valery Lobanovsky, uomo dalla grande personalità e simbolo sportivo dell’ex Unione Sovietica. Uno dei più grandi allenatori dell’Est che introdusse l’uso del computer per l’analisi di ciascun calciatore. Fu un secondo padre per il nostro Andrij e dichiarò con orgoglio:

“ho scoperto un diamante”.

Il nostro buon Braida si innamorò di lui e Galliani, scettico, lo accontentò. Che a Kiev facesse faville, non c’erano dubbi, basta chiedere al Barcellona quando se lo ritrovò contro nel 97. Ma in Italia si sarebbe adattato? Io ero ancora più scettica di Galliani. Ho un ricordo: una conferenza stampa in cui il nostro zarino non spiaccicò parola. L’interprete e Lobanovsky parlarono per lui. Mi misi le mani nei capelli. Poi sbarcò a Milano l’estate del 1999 per raggiungere Milanello. Lo ricordo come se fosse ieri: serio, espressione da robot stile Ivan Drago con addosso una maglia di Yves Saint Laurent orrenda. Le mie mani si aggrovigliarono sempre più nei capelli.

Per farla breve, la mamma rischiò di tagliarsi i ricci a zero!

Cambiai idea praticamente subito: intanto al centro sportivo, da buon allievo del Colonnello, era il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene; se ne andava a nanna presto nonostante gli inviti alle feste mondane; chiese ad Ancelotti dopo due ore di training quando sarebbe iniziato l’allenamento. Venni poi felicemente e per sempre smentita dal campionato: vinse il titolo da capocannoniere; fu il primo straniero dopo Michel Platini ad aggiudicarsi il titolo di goleador nell’anno dell’esordio! Segnava in tutti i modi: su azione, su rigore, da fuori area, di destro, di sinistro. Con Ruy Costa e Inzaghi prima, con Kakà e il sempre verde Pippo poi, formò un tridente d’attacco da sogno.

Per quanto concerne le reti da settembre 99 a maggio 2006 chiedere a tutti i portieri e difensori stipendiati in A e in Europa. Buffon si vide insaccare dietro alle spalle una cometa che attraversò tutta l’area. Lippi, livido, dichiarò che si trattò di un cross fortunoso… Splendido il suo ultimo gol con la nostra maglia, quella rete magica al Barcellona vergognosamente annullata. Non a caso cantavamo “non è brasiliano però, che gol che fa, il fenomeno lascialo là, qui c’è Sheva”: freddezza dell’est, genio sudamericano. Nel 2004, anno del nostro penultimo scudetto, si aggiudicò un meritato Pallone d’Oro. Un certo Pelé lo inserì nei migliori 100 della storia…

Per la mamma, la rete più mitologica pur meno spettacolare fu senz’altro il rigore decisivo all’Old Trafford di Manchester, quando – fissando Gigi Buffon con due occhi da tigre – gonfiò la rete della vittoria.

Era la Champions League 2003, alzata davanti a una fortissima Juventus. Quel rigore completò la goduria di noi tifosi, che urlammo come matti al suo gol all’Inter in semifinale. Che anno quell’anno, un giorno te ne parlerò dettagliatamente. Pensa che, nonostante il periodo di magra degli ultimi anni, mi sento ancora di vivere di rendita.

Come tutti i principi, anche Andrij trovò una bellissima principessa: alta, bionda, vincitrice niente poco di meno di The look of the year. Il ragazzino ucraino, dall’educazione militare, si innamorò di Kristen, top model americana cresciuta fra New York e Washington. Matrimonio su un campo da golf, famiglia subito allargata e … necessità di crescere il pupo con educazione British (un po’ come Zidane che per la moglie decise di tornare in Spagna per il mare e andò a Madrid, nota località balneare). A maggio 2006, quando Calciopoli ingoiò il Milan, il nostro Zar si presentò in conferenza stampa e con sguardo triste e imbarazzato (della tigre manco l’ombra) dichiarò di voler essere ceduto,

per la gioia degli interisti all’ascolto, contro i quali andò a segno 14 volte.

La mamma era al Brennero, stava per passare il confine, quando per radio udì parte delle sue parole. Fu una trasferta surreale, fra il nostro biondissimo 7 che se ne andava e l’incubo Calciopoli.

Non me lo dovevi fare, Sheva, abbandonarci così quando la nave rischiava di affondare. Hai perso tanto, pure la Champions del 2007. Avresti potuto rifarti dopo l’errore dal dischetto del 2005, invece no, sei voluto andare a baciare la maglia del Chelsea.

Vedi, bimba mia, i principi sono un po’ sfortunati nella vita reale, abbiamo più esempi regali davanti agli occhi. Quel 2006 fu di fatto la fine della sua carriera, perché nei due anni successivi e nel suo breve ritorno al Milan non riconfermò sé stesso.

Caro Sheva, dovessi mai incontrarti, sarà un onore stringerti la mano, ma sappi che la stessa mano che desidera onorare la tua carriera è la stessa che vorrebbe sferrarti una bella sculacciata. Ma ti perdono. Proprio ieri alla radio ho ascoltato la canzone di Cochi & Renato e mi è venuto da canticchiare “…basta avere l’ombrela, l’ombrela ti ripara la testa… segna Sheva di testa”. Perché le sculacciate si danno ai figli che fanno i monelli e i figli so piezz e core.

Per cui, tanti auguri, Andrij, anzi no … happy birthday 😉

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