Quella calda sera di agosto del 1995 George esordiva a San Siro mentre Marco chiudeva per sempre il palcoscenico della sua breve ed inarrivabile carriera. Quella sera George, con indosso la maglia rossonera numero 9, ammirò ed applaudì il giro d’onore di quell’immenso calciatore che, con la stessa maglia e con lo stesso numero, aveva incantato per anni quello stadio ed il mondo intero. In quel preciso istante George capì che asciugare le lacrime di tristezza del popolo orfano del suo Re sarebbe stato impossibile ma promise a se stesso che avrebbe fatto di tutto per riportare lì la gioia e l’allegria che, in quel momento, sembravano perdute per sempre.

George Weah, liberiano di Monrovia, riuscì perfettamente nel suo proposito.

D’altronde la vita gli aveva insegnato sin dalla nascita a credere in se stesso: lui, nato in una baraccopoli di Clara Town, in una delle zone più povere della capitale di uno dei paesi più poveri dell’Africa, cresciuto con nonna Emma ed approdato, poco più che ventenne, nel calcio europeo, quando con la maglia del Monaco cominciò a mostrare al mondo sprazzi del suo enorme talento. Prima di arrivare in Italia giocò tre anni al PSG, con cui vinse i suoi primi titoli e, nel maggio del 1995, venne acquistato dal Milan, contro cui aveva appena perso la semifinale di Champions League.

La storia rossonera di Weah è una storia d’amore viscerale, incondizionato, fulminante come le sue giocate. Già perchè il popolo casciavit venne rapito dalla classe e dall’eleganza felina di quel centravanti sin dalla prima giornata di campionato quando gli furono sufficienti 6 minuti per bucare il portiere del Padova e poi un’altra quarantina per mandare in porta l’incarnazione del milanismo, il Piscinin, il Capitano Franco Baresi, permettendogli di segnare il suo ultimo gol in carriera. Con simili presupposti, come detto, scoppiò la passione tra i vecchi sudditi di Re Marco e King George, eletto a nuovo sovrano di San Siro. Il monarca africano continuò a deliziare le platee italiane ed europee con gol e giocate meravigliose, condite da accelerazioni spaventose, acrobazie circensi e artistici tocchi di classe.

Tutto quello splendore permise al Milan di vincere lo scudetto ed a King George di mostrare al suo popolo, così come il suo illustre predecessore, il pallone d’oro appena conquistato, primo non europeo a farlo, in un piovoso pomeriggio invernale prima del match vinto contro la Sampdoria, durante il quale i suoi due compagni d’attacco più talentuosi, Savicevic e Baggio, gli resero omaggio con un gol per parte.

Già, Robertobaggio, altro artista del pallone con cui il liberiano condivideva le aree di rigore avversarie e lo sponsor tecnico delle scarpette, nere quelle del Divin Codino, di un vistoso rosso sfavillante quelle del liberiano, divenuto nel frattempo icona pop e personaggio a tutto tondo, protagonista di interviste mai banali e di memorabili spot pubblicitari (indimenticabile il suo “tutto bene?” sbiascicato di fronte allo stupore della signorina che lo spogliava con gli occhi).

Instaurò un rapporto fraterno con Marco Simone, il Peter Pan rossonero, ed il feeling extracalcistico permise ai due di esprimersi al meglio anche in campo, dando vita a una delle coppie più prolifiche e spettacolari del tempo.

Anche nelle stagioni buie, quelle alle quali all’epoca non eravamo affatto abituati, King George non smise di stupire il mondo con la sua tecnica eccelsa e la sua innata potenza. Fotogrammi restano scolpiti nella mente come il coast to coast contro il Verona a San Siro, 90 metri di campo percorsi portandosi a spasso tutta la squadra avversaria prima di infilare il portiere, la tripletta contro l’Atalanta con il numero 14 sulle spalle o il gol allo scadere su rilancio del portiere nella finale di andata di Coppa Italia contro la Lazio.

Il Re dalla pelle d’ebano contribuì alla conquista di un altro tricolore, quello targato Zaccheroni, risultando decisivo con la doppietta in casa della Juve e l’iconica esultanza mano nella mano con Zorro Boban.

Negli ultimi mesi del suo regno tenne a battesimo l’avvento di quello che sarebbe diventato il suo erede al trono, il biondino venuto dall’Est con la maglia numero 7, condividendo con lui il tabellino dei marcatori in un derby vinto in extremis contro il Fenomeno nerazzurro, quasi a voler rimarcare che in quello stadio i monarchi vestono solo la maglia rossonera.

A 34 anni suonati chiuse la parentesi milanista per migrare dapprima verso la Premier League e poi, nuovamente, in Francia prima di appendere definitivamente le scarpette al chiodo.

La sua leadership innata lo ha portato ad intraprendere la carriera politica, tanto da farlo diventare, oggi, Presidente democraticamente eletto della sua amata Liberia.

Ma a noi piace ricordare il George Weah tiranno di San Siro, quello che non aveva pietà di nessuno ed aggrediva le difese avversarie con coraggio leonino, bucando i portieri con zampate fulminee ed imponendo la legge che aveva imparato da bambino, quella del più forte.

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