Se maggio è il mese della Coppa più bella ed importante, quella con le orecchie, che ti permette di salire sul tetto d’Europa, dicembre è certamente quello in cui, di solito, si tirano le conclusioni finali: nell’ultimo mese dell’anno si sale sul tetto del mondo.

Fino al 2004 la Coppa Intercontinentale ha messo in competizione la squadra Campione d’Europa contro la vincitrice della Coppa Libertadores, alter ego sudamericano della Coppa dei Campioni. Successivamente il trofeo con il pallone dorato è stato sostituito dal più commerciale e meno affascinante Mondiale per Club FIFA, che oggi coinvolge anche tutte le altre conferderazioni continentali.

Da milanista attempato ma non troppo non ho avuto il piacere di ammirare le gesta del Milan di Rivera, capace di issarsi in cima al mondo per la prima volta nel 1969, dopo un’epica e sanguinosa (nel vero senso della parola, con Combin che ci rimise naso, zigomo e una notte in Questura) battaglia in terra argentina contro l’Estudiantes, sei anni dopo essere stato battuto da Sua Maestà Edson Arantes do Nascimiento, in arte Pelè, che nel 1963 sconfisse i rossoneri solo allo spareggio (4-2 per noi all’andata, 4-2 per il Santos al ritorno) giocato sempre in Brasile e per merito di un arbitraggio, narrano i giornali, alquanto discutibile.

Quando si parla di Coppa Intercontinentale i miei ricordi volano, inevitabilmente, alla fine degli anni ’80 ed agli anni ’90. La manifestazione, dopo aver abbandonato la formula originaria fatta di un doppio incontro, il primo in Europa ed il secondo in Sudamerica, dal 1980 venne organizzata in Giappone, dapprima a Tokyo e poi a Yokohama, grazie alla sponsorizzazione della Toyota che, infatti, impose ai club l’obbligo di giocare senza lo sponsor sulla maglia.

La partita nel Sol Levante comportò la necessità per tutti noi malati di tifo di programmare la sveglia nel cuore della notte per poterci godere le gesta dei nostri amati eroi rossoneri.

Immaginate l’emozione per me, poco più che undicenne, quando il 17 dicembre 1989 mi svegliai, solo soletto, alle 4 del mattino, per piazzarmi davanti alla TV, con il resto della famiglia che dormiva. Questo evento, all’epoca, rappresentò per me un segnale di cambiamento: stavo diventando grande, ma talmente grande da potermi permettere di stare sveglio – da solo! – in un orario in cui, fino ad allora, non avevo alcun diritto se non il dovere di dormire. E grande davvero lo diventò il Milan, grazie alla punizione di Chicco Evani che, al termine di una battaglia tecnica, tattica e fisica (Maldini ci lasciò una spalla), trafisse, ad un amen dalla lotteria dei calci di rigore, il mitico Renè Higuita, il portiere scorpione e spaccone dei colombiani del Nacional di Medellin, con una beffarda punizione dal limite dell’area che gli valse anche la macchina che la Toyota regalava al migliore in campo.

Le vittorie di quel Milan, laureatosi Campione d’Europa per il secondo anno consecutivo, accompagnarono la mia crescita e mi permisero, nel 1990, di riottenere inevitabilmente l’assenso da parte dei miei genitori di svegliarmi a notte fonda. Il giorno era diverso, 9 dicembre, identico invece l’orario e lo stadio, l’Olimpico di Tokyo, con le assordanti e fastidiosissime trombette giapponesi sempre presenti. Identico fu anche il giocatore che ebbe l’onore di sollevare la Coppa, ossia Franco Baresi, capitano del Milan che si consacrò nuovamente Campione del mondo, questa volta al termine di un incontro molto meno complicato dell’anno precedente, dominato in lungo e in largo dai rossoneri, guidati da un sontuoso Marco van Basten che, pur non segnando, regalò sprazzi di classe cristallina nel 3-0 finale contro i paraguaiani dell’Olimpia Asuncion, con doppietta di Rijkaard e sigillo di Giovannino Stroppa.

L’ultima levataccia notturna non ebbe altrettanta fortuna ed infatti, il 12 dicembre 1993, il Milan vice-campione d’Europa venne chiamato a scontrarsi contro il San Paolo di Cafu, Leonardo e Cerezo a causa della squalifica rimediata dall’Olimpique Marsiglia nell’ambito del caso di corruzione che coinvolse i campioni d’Europa in carica ed il Valenciennes. La partita, bellissima ed emozionante, ebbe tuttavia un esito infausto per noi a causa di una papera di Seba Rossi che, al minuto 87, regalò a Muller il pallone del 3-2 finale, vanificando la duplice rimonta dei ragazzi di Capello che avevano riacciuffato i brasiliani con i gol di Massaro e Papin.

Gli organizzatori della Coppa, dal 1994, decisero di cambiare l’orario della partita in modo da permettere a noi europei di poter godere delle ore di sonno necessarie ad affrontare l’evento. E così, il 1 dicembre di quell’anno, gli argentini del Velez Sarsfield, guidati in panchina da Carlos Bianchi, che in futuro avrà una sfortunata parentesi in giallorosso, ed in campo dal portiere goleador Chilavert, mi fecero andare di traverso il pranzo sconfiggendoci, a sorpresa, con un secco 2-0.

Anche la penultima edizione della Coppa Intercontinentale fu indigesta per i colori rossoneri. Il 14 dicembre 2003, questa volta a Yokohama, il Milan, fresco vincitore della Champions più godereccia, quella di Manchester, fu piegato ai rigori dal Boca Juniors per colpa degli errori dal dischetto di Pirlo, Rui Costa e Costacurta, che calciò goffamente il terreno proprio all’ultimo penalty.

L’anno successivo, come detto, la Coppa Intercontinentale andò definitivamente in pensione per lasciare il posto al Mondiale per Club, manifestazione in cui, nel 2007, ci prendemmo la rivincita contro i “genovesi” del sudamerica, sconfiggendoli con un 4-2 sonoro e rotondo.

Ma la magia e l’atmosfera di quelle notti e di quella Coppa col pallone dorato restano impresse nella memoria di tanti che, come me, hanno avuto la fortuna di trovare sotto l’albero il Natale il titolo di campioni del mondo.

 

 

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