Ad essere sincero quel derby del 1985 me lo ricordo molto vagamente. Più nitida e netta è, invece, la certezza che la doppietta di Pablito rappresentò il primo gemito di milanismo che la mia mente riesce a recuperare andando indietro nel tempo.

Avevo più o meno 7 anni e fino ad allora il calcio era per me un pallone, un cortile e due mattoni. In tv non esisteva la moderna orda pallonara, al massimo ci si concedeva qualche gol a 90° minuto la domenica pomeriggio. Ero già milanista, o almeno così andava dicendo mio zio a chiunque ci incontrasse. Mio nonno, invece, ci teneva alla questione meridionale e mi avrebbe voluto seguace del Napoli di Maradona, come lui. Altri arrivarono a comprarmi la bandiera della Roma, adulandomi con le giocate di Bruno Conti. Insomma, la classica situazione in cui si sono trovati molti bimbi dalle famiglie numerose e dal tifo variegato. All’epoca sapevo solo che, qualche anno addietro, venni bardato da i miei genitori di un vestito tricolore in carta da zucchero e che, munito di fischietto, sfilai in braccio a mio padre per festeggiare la vittoria Mundial ed i gol con cui Paolo Rossi, il mio primo eroe calcistico, si sbarazzò di Diego, Falcao, Zico, Boniek e Rumenigge.

L’acquisto di Pablito da parte del Milan di Farina mi spinse, evidentemente, a seguire più da vicino le vicende del Diavolo, senza importarmi della reale forza della squadra nè di quella del centravanti, ormai prossimo alla pensione. Anche quella domenica pomeriggio, come la maggior parte in quegli anni e quasi tutte in quelli a venire, la trascorsi, felice e speranzoso come solo i bimbi sanno essere, insieme a mio zio, il milanista della famiglia. Attaccati alla radiolina attendemmo la fine del primo tempo (la mitica “Tutto il calcio minuto per minuto” trasmetteva solo i secondi 45′) per  conoscere il risultato del derby che vedeva le due squadre ferme sull’1-1 grazie ai gol di Rossi (il primo per lui della stagione) ed Altobelli. Quando l’Inter passò in vantaggio con Brady su rigore, una sensazione di angoscia avvolse me e fece sprofondare mio zio nella depressione. Assalito dai dubbi mi chiedevo se davvero mi sarebbe convenuto tifare per quella squadra che tanto faceva tribolare chi la amava? Fu ancora Pablito, l’eroe nazionale, che fino ad allora nulla aveva raccolto in maglia rossonera, a scacciare i fantasmi dalla mia mente riportando la situazione in parità, con una girata fulminea degna della sua fama, e permettendomi di gridare a perdifiato per la gioia. Che il Diavolo mi era entrato in corpo lo capii in quel preciso istante. E poco mi importava se quel Milan era piccolo e tremebondo, l’amore era sbocciato e nulla lo avrebbe mai più fermato.

Sono passati decenni da quel derby lontano e da quell’unico, ma indimenticabile, lampo di Paolo Rossi in rossonero e questo stramaledetto 2020, che miete affetti, miti e leggende, mi costringe oggi a scrivere e ricordare anche Pablito, l’eroe di tutti che mise il timbro definitivo sulla mia fede rossonera.

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