Giada, sarò breve. Paolo Maldini è l’unico italiano a fare parte del Dream Team di France Football.

Chi, mi chiederai stupita? Il figlio di Cesare? Il “figlio di papà” che giocava nel Milan per ovvi motivi di nepotismo? E per di più pure antipatico e irrispettoso verso la curva? Quello con le chiavi dell’Hollywood di Milano? Ebbene sì, lui! Se ne sono dette così tante su Paolino che tu, con i tuoi tre anni, lo conosci tanto quanto me.


Ironia a parte, i cugini d’oltralpe lo hanno definito il miglior terzino sinistro della storia e lo hanno messo a cavalcare la fascia di una squadra che vanta Pelé e Maradona insieme, Beckenbauer al centro della difesa e Cafù dalla parte opposta; poi Matthäus, Xavi, Ronaldo il Fenomeno e Cr7. Sembra una di quelle squadre che comparivano nelle pubblicità della Nike, dove lo stesso Paolo era protagonista. Fossi uno di quei genitori velenosi che non lo vedevano di buon’occhio oppure uno dei tanti giornalisti stressati dalla partita iva scaverei un buco in terra per nascondermici.

Liedholm non fu lungimirante: di più ancora!


“Voglio provare in allenamento il figlio di Cesare” disse a Baresi, Tassotti e Filippo Galli, che promossero il ragazzino al primo allenamento! Esordì il 20 gennaio 1985, mostrando subito la sua stoffa. Alto, forte, veloce e, ciò nonostante elegantissimo. Leale! Non lo dico io. Lo hanno detto Ibra, Del Piero, Guardiola e Puyol. Il super Sir Ferguson provò in tutti i modi a sedurlo, Abramovic pure. Niente da fare! Nemmeno nell’estate del famigerato Calciopoli riuscirono a strapparlo al Milan. Calciava sia di destro che di sinistro. A fianco del nostro Kaiser Baresi crebbe e si educò non solo come giocatore, ma anche come futuro capitano. Innanzi tutto, nacque terzino destro, lo misero a sinistra e  fu leggenda; finì la carriera al centro della difesa sempre in modo magistrale.

Ricordo con gioia e goduria il suo primo impiego al centro del muro difensivo in coppia col grande Filippo Galli: in finale di Coppa ad Atene nel 1994 per l’assenza di Baresi e Costacurta.

La scorsa primavera si è autodefinito il calciatore più perdente della storia.

Se penso a tutti i giovanotti che oggi calcano l’erba degli stadi, credendosi dei fenomeni, esaltati dai giocatori e dalle fidanzate, mi viene da sorridere. Se ti elenco quello che ha vinto, non ci credi, anche perché sei abituata a sentire il babbo decantare Del Piero che, con tutto il rispetto, ha un palmarès inferiore. Allora, dall’85 al 2009 Paolino ha vinto in rossonero: 7 scudetti, 5 Champions League, 1 Coppa Italia, 5 Supercoppe italiane e 5 Supercoppe Europa, 3 Intercontinentali. Ha disputato 8 finali di Champions!! E non è finita: dal 1988 al 2002 è stato Capitano della Nazionale. Ha raggiunto le 1000 presenze in campo in carriera. Perché questa critica verso sé stesso? Forse per il Mondiale mai conquistato e quelle tre Coppe dei Campioni perse. Non si accontenta, è un carattere forte e avrebbe voluto di più da sé.

La mamma iniziò a tifare Milan con Paolino. Divenne adolescente con lui che galoppava sulla fascia sinistra del Milan di Sacchi, con lui che alzava Coppe dalle grandi orecchie a Barcellona e Vienna. Si è diplomò con lui che perdeva la finale a Monaco, ma che vinceva il secondo scudetto dell’era Capello. C’era lui nel Milan quando la mamma giocava ancora a basket, imparava a nuotare e partecipava alle prime feste. C’era lui nel Milan, quando preparava i primi esami all’università e c’era lui capitano nel 1999, quando si è laureò dopo la vittoria dello scudetto più inaspettato. Quante volte soffocai delusioni d’amore e d’amicizia sugli spalti guardando lui e il suo Milan per 20 lunghi anni. E’ per questo che piansi quel giorno di maggio a San Siro, quando disputò la sua ultima gara domestica: si chiudeva un cerchio, una fase anche per me.

Accanto alla bandiera “6 per sempre” andrebbe issata una seconda, “3 per sempre”.

Sarebbe un bel gesto da parte della Curva, dopo i fischi nel giorno dell’addio. Qualche capo ultrà dovrebbe vergognarsi di sentirsi offeso per il gesto di Paolo di quel giorno. Come avrebbe dovuto reagire? Solidarietà massima. Chiudo, Giada, con un ricordo di Paolo di Arrigo Sacchi, quando lo chiamò mentre era in vacanza in Sardegna in quel lontano 1987: “Senti, Paolo, devi decidere se vuoi fare il calciatore o il play boy”. E Paolo: “Come, Mister, io voglio fare il calciatore!”. Credo che Sacchi si sia ricreduto e che possa essere fiero che “il figlio di Cesare” sia stato scelto per correre sulla fascia e regalare palloni d’oro al suo idolo Maradona.

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