Oggi, Giada, è la giornata della memoria. In occasione della Festa della donna mi ero già espressa su questi “memorial days” perché per me non hanno senso. La festa dell’8 marzo, la giornata del gatto, San Valentino, il giorno dell’amicizia, … chi più ne ha più ne metta! Le categorie meno protette hanno tutte un giorno dedicato, guarda caso non esiste alcuna “festa dell’uomo”.

Ogni anno, in questo periodo, tutto ciò che è sopruso viene ricordato con una strage senza eguali, di cui io stessa ti parlerò e che studierai a scuola: l’Olocausto. Migliaia di ebrei, zingari, dissidenti politici e portatori di handicap furono umiliati, privati di una dignità, trattati come i peggiori animali e uccisi. I nazi non guardavano in faccia nessuno, nemmeno Hirsch, goleador della nazionale tedesca con un’unica colpa: la religione ebraica. Purtroppo, l’Italia diede man forte alla Germania in tal senso con le assurde leggi razziali. E allora lo storico allenatore che scoprì il talento di Meazza, Arpad Weisz, fu costretto a lasciare la panchina del Bologna per una destinazione senza ritorno: Auschwitz. Più fortunato fu Erbstein, grande torinista, che riuscì a sopravvivere al campo di lavoro, ma non al destino tragico di Superga. La mamma visitò il campo di concentramento di Buchenwald nel 1995 durante l’Erasmus. Ti ci porterò, se non a Weimar, di certo al più vicino Dachau. I campi di concentramento di tradizione nazista non ebbero nulla da invidiare ai Gulag sovietici. Ideologicamente, le dittature di destra e sinistra sembrano distanti, ma di fatto hanno tanti, troppi punti in comune: la morte dell’etica e della libertà di espressione.

Tuttavia, lo sport ci regala una storia meravigliosa durante gli anni di buio culturale: l’amicizia fra Jesse Owens e Luz Long,

il primo americano di colore; il secondo ariano, stella della squadra olimpica del terzo Reich. I due strinsero un rapporto profondo testimoniato da scambi epistolari in cui Long chiese a Owens di contattare il suo piccolo appena nato per spiegargli quanto siano importanti il rispetto e i rapporti umani. Jesse non tradì le aspettative e partecipò addirittura al matrimonio di Long junior. A testimonianza che di fronte a una profonda educazione e cultura, non c’è nazismo, Ku Klux Clan o STUPIDITA’ che regga.

Tu allora mi dirai che basta lo sport per fare incontrare le persone! Ebbene, purtroppo no.

Lo sport non è sempre sufficiente, ci vogliono intelligenza emotiva e rispetto verso i nostri simili.

Negli anni ’90 la guerra fratricida nella ex Jugoslavia ci fece rivivere tutto quello che speravamo non ripetersi mai più. Se Hitler strinse la mano a Jesse Owens, la nazionale di basket croata scese dal podio alla premiazione di quella serba. E’ servito a qualcosa studiare la seconda guerra Mondiale o premiare con diversi Oscar Schindler’s List? Non direi.

Zorro Boban ricorda ancora esterrefatto quando si nascose a casa della futura moglie Lea per sfuggire all’odio della curva della Stella Rossa, mentre Miha racconta con disgusto al bravo Alessandro Alciato quando lo zio croato cercò di uccidere suo padre (nonché cognato); successivamente Sinisa stesso gli salvò la vita risparmiandogli una brutta fine per mano dei serbi.  

Da Owens a Muhammed Alì, da Lilian Thuram a Michael Jordan sono state spese tante parole per invitare il pubblico a godersi semplicemente lo spettacolo. E invece ci ritroviamo a gennaio 2021 a sopportare politici che hanno sdoganato espressioni da stadio in luoghi istituzionali; presidenti che costruiscono muri; Israeliani e Palestinesi incapaci di mangiarsi un hummus seduti allo stesso tavolo. E allora, dato che oggi è la Giornata della memoria, ti voglio ricordare un ragazzone di colore, cresciuto a Reggio Emilia e tifoso del Milan che non perdeva occasione per ricordare quanto fosse fondamentale l’educazione. Si chiamava Kobe Bryant. E aveva ragione, serve educazione per cambiare la storia, che si ripete ormai ciclicamente da secoli. Dai soprusi agli Indios a quelli a danno degli Indiani. Dall’odio nazista e sovietico a quello balcanico, ai “Sunday bloody Sunday” anglo-irlandesi. Alle frasi becere che leggo quotidianamente su Facebook nei vari forum. D’altra parte aveva ragione Umberto Eco: i social danno libertà di parola agli imbecilli.

Perché tu, Giada, non nasci razzista, ci diventi. E spetta a me spiegarti che non esiste solo il Cicciobello biondo, bensì c’è anche quello nero, che ha lo stesso ciuccio e lo stesso vestitino azzurro.

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