Trentatré partite. Tanto è durata la nostra meritata permanenza in quella zona Champions che inseguiamo da otto anni. Da oggi siamo quinti, di nuovo nella maledetta Europa del giovedì. E fa male, malissimo, brucia come mai dopo un girone d’andata che ci aveva illuso non solo di poter puntare a qualcosa di assolutamente insperato ma, soprattutto, di non aver problemi a tagliare il traguardo tra le prime quattro. Ora ci aspettano cinque battaglie campali, contro avversarie tutte assetate di punti. E le nostre cartucce sembrano irrimediabilmente esaurite.

La prima frazione l’abbiamo chiusa sotto di un gol. E, rianalizzando le occasioni, dobbiamo ringraziare Gigio e i 3 cm di fuorigioco del piede di Lazzari se il passivo non è stato più pesante. E dire che dopo venti secondi Calha era riuscito ad impegnare seriamente Reina, su pregevole tacco di Mandzukic. Mai fuoco di paglia fu più fugace. Nell’azione successiva, infatti, Bennacer ha tentato un improbabile stop di mento, sulla palla vagante si è avventato Correa anticipando Kjaer e chiedendo lo scambio a Immobile. L’uscita fuori tempo di Tomori lo ha, quindi, praticamente messo in porta e l’argentino si è confermato nostra bestia nera, insaccando a porta vuota dopo aver saltato Donnarumma. Da lì in poi, così come contro il Sassuolo, c’è stato un balck out totale: sul tiro di Immobile a botta sicura c’è voluto un prodigio di Donnarumma, Theo Hernandez ha ribattuto malamente due palle sanguinosissime su cui, per nostra fortuna, Correa non è riuscito a concretizzare. Per vedere di nuovo qualcosa di rossonero ed uscire dall’apnea abbiamo dovuto aspettare la mezzora quando Calhanoglu ha cincischiato su una palla ghiottissima servitagli da Saelemaekers, sicuramente il più in palla dei nostri. L’ultimo quarto d’ora è stato, quindi, esclusivamente di marca milanista e abbiamo creato davvero molto ma né Rebic, né Saele, né Theo, né Mandzukic allo scadere hanno impensierito più di tanto Reina. E, come detto, fortuna ha voluto che Lazzari sia partito qualche cm avanti a Kjaer nel contropiede che lo aveva portato a raddoppiare.

Nelle prime battute del secondo tempo l’episodio che ha definitivamente indirizzato la partita: Calha è stato abbattuto da Leiva al limite dell’area biancoceleste, Orsato si è visto bene dal fischiare il fallo permettendo il contropiede che ha portato al raddoppio di Correa, bravo a freddare Donnarumma dopo essersi bevuto un Tomori imbarazzate. Alla batosta del gol subito aggiungiamo anche la beffa della presunzione arbitrale che, mai come contro il Milan, mostra la sua faccia più becera, con Orsato capace di negare il fallo solare persino al VAR. Ed infatti, da quel momento siamo praticamente spariti dal campo, non riuscendo più a portare alcun pericolo alla porta di Reina, complice anche l’uscita di Mandzukic che, pur da quasi ex giocatore, è riuscito comunque a farsi preferire all’ectoplasma portoghese che lo ha sostituito. La Lazio ha avuto la possibilità di triplicare ancora con Correa, su cui si è disteso benissimo Donnarumma, e con un palo colpito da Immobile con un lob delicato da venti metri che aveva scavalcato Gigio. Alla fine il centravanti napoletano ha trovato lo stesso il tris con un diagonale che si è insaccato dopo aver toccato il palo interno. La traversa di Kessie ha sancito, quindi, la fine dell’agonia.

Tra i pochi a salvarsi nel naufragio romano Saelemaekers, che non meritava affatto la sostituzione, e Donnarumma che ha impedito che il risultato prendesse sembianze ancora più imbarazzanti. Pessimo Tomori, al terzo disastro consecutivo, e molto male anche Theo Hernandez.

Dopo la vittoria al cardiopalma dell’andata contro la Lazio, sulle ali dell’entusiasmo, avevo sentenziato che il bruco si era trasformato in farfalla. Mi taglierei le mani, per non dire altro.

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