(di Simone Rudy Conti)

Il Milan in casa mia è una questione di famiglia e questo, Gigio, lo ha dimenticato.

La storia del milanismo in casa nostra inizio quando mio padre trovó una figurina di Gianni Rivera da ragazzo, pensare a Cesare che alza la coppa campioni contro Eusebio oggi sembra preistoria. Poi il Milan club, il bar Milan in piazza, le strisce pedonali colorate di rossonero dopo lo scudetto della stella, le trasferte con il furgone, la polenta fuori dallo stadio. Tutte storie di un’epoca che non ho vissuto ma che fanno parte dell’album più prezioso dei ricordi di famiglia.

Io, nato in un caldo pomeriggio di luglio dell’88 e registrato da mio padre all’anagrafe con il nome di Rudy, come Gullit. Mia madre lo scoprì a cose fatte ma ne fu felice. Fu lei infatti, giusto un paio di mesi prima, a portarmi allo stadio per la prima volta, dentro al pancione sono stato nella folla rossonera in trasferta a Como per il primo scudetto dell’era Berlusconi. Cominciavo a camminare e dire le prime parole quando un anno dopo aspettavo trepidante il ritorno del mio fratellone 19enne dal trionfo di Barcellona contro lo Steaua. Tornó trionfante. Ci andò in pullman da Bergamo, strada infinita, uno esodo rossonero in Spagna per una vittoria annunciata. Lo racconta ancora oggi come un credente ti può raccontare un pellegrinaggio a Santiago de Compostela.

Ero troppo piccolo per capire perché a Marsigliale luci si spensero, finivo l’asilo nel ‘94 mentre il Genio dipingeva un arcobaleno nella notte di Atene. Pensavo davvero che Kluivert fosse l’uomo giusto per noi dopo averci purgato, che illuso ragazzi… Vogliamo parlare dell’adolescenza? La mia prima maglia, la 9 di Weah. Lo scudetto di Zaccheroni, impresa insensata, insperata, Guglielminpietro era un campione e Bierhoff decollava in cielo a colpire di testa come Mazinga Z. Le domeniche in centro con mamma, papà e la sua radiolina nel taschino della giacca con Pellegatti nell’orecchio.

Ma nel cuore ho le serate di champions.

Il rituale era consolidato: dopo la cena ci preparavamo, la musichetta, “spot per noi”, Sandro Piccinini era un’amico di famiglia che ogni martedì entrava a casa nostra. Squadra che vince, non si cambia: papà sulla poltrona e io seduto sul tavolo, mamma arrivava dopo con il caffè…a fine primo tempo se le cose andavano bene mio padre mi chiedeva un gelato corretto whisky e ad ogni gol saltavo in piedi, gli stampavo un bacio sulla testa pelata e gli rabboccavo il bicchiere con un dito di liquore. Zapping immediato su tele Lombardia per vedere Crudeli che impazziva.

Sembra ieri…le sue lamentele perchè Gattuso non aveva i piedi, Kakà voleva far tutto da solo e Maldini stava invecchiando. Tutte congetture che saltavano in aria insieme a noi ad ogni gol…e ne abbiamo fatti tanti di gol, tanti baci a quella pelata e tanti rabbocchi di whisky. Gioie infinite come quella del 2003 contro l’Ajax, Ambro nel 2005 al novantesimo con il Psv, i derby di coppa, lo sguardo di Sheva prima di fucilare Buffon, Seedorf e Kaka con lo United, Pippo con il braccio ad Atene. Ma c’eravamo anche nelle notti buie di La Coruna e di Istanbul. Sempre lì, senza parole. Un Nesta vecchio ma mai domo che ferma Messi in scivolata è la mia ultima polaroid del Milan in champions.

La poltrona di mio papà ormai è vuota dal 2015, la bottiglia di whisky mai finita è ancora sul mobiletto del salotto, lui non c’è più e il nostro Milan non è ancora tornato quello di un tempo. Ma oggi siamo tornati a casa, si respira un’aria nuova. Paolo Cuore di Drago Figlio di Cesare è tornato al timone, conosce i venti, traccia la rotta per portarci fuori dalla tempesta. Ha scelto per nostromo un vecchio zingaro che dicevano fosse un mercenario già passato di qua, ha solcato tutti i mari e ci ha condotti di nuovo alla balena bianca.

Mi spiace che Gigio si sia ammutinato, non si rende conto di quello che perde, non sarà mai il Capitano, non sarà mai Paolo figlio di Cesare.

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