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La partita in una canzone: RESURRECTION (Brian May, 1992)

(di Andrea Minardi) 

Era il 1992, un annus horribilis per noi italiani, stragi di mafia che ancora piangiamo, mentre l’Europa. da parte sua, firmava il trattato di Maastricht.

Calcisticamente parlando, per noi compagni di avventura era la nostra epoca dorata, vincevamo titoli a ripetizione, e il Marco eponimo di queste pagine metteva il sigillo sulla classifica capocannonieri.
Tutte le bellezze tendono a sfiorire troppo presto , di li a poco smise di illuminare le nebbie di San Siro e le domeniche della nostra vita; cosi’ come Freddy Mercury, un Van Basten del palcoscenico, era passato da poco a miglior vita, lasciando Brian May senza il suo cantante.

Questa Resurrection, con May alla voce e chitarra, ci parla di dolore e confusione, e voglia di riscatto.
E di confusione, nel primo tempo di Torino, ne abbiamo vista parecchia, sembrava che a risorgere fossero i nostri avversari, mai cosi’ in difficolta’ come in questi tempi.
Basta con questa merda”, canta , senza troppi fronzoli come una compagnia aerea Low cost, il buon Brian, e io all’intervallo auspicavo come lui una direzione completamente nuova.
Per risorgere bisogna prima morire, o quantomeno andarci vicino; e nessuno , meglio di Ante Rebic, incarna questa dicotomia su un campo di calcio.
Sembra non ci sia, e quando lo noti ;il sangue ti fa veramente esplodere il cervello.

Ma il buon Ante sa di esser ancora vivo, e dopo la notte dell’intervallo , ci porta il nostro sole dalle parti di Torino.
E la notte verso il sole del mattino e’ così piu’ dolce, ce la rendono tale in nostro portiere ed il nostro regista Tonali , tacciati frettolosamente come 2 incognite , e ce la addolcisce quell’idea di squadra che da un po’ ci contraddistingue.
Calcisticamente, i tempi del 92 son preistoria, non si vince anche se forse, con delle stelle ancora piu’ magnanime, avremmo potuto farlo.

Come canta Brian May, ci son troppi dolori in questi anni, quindi va bene cosi; con la promessa del futuro guido verso il mio lunedì, e guardo il mio bicchiere mezzo pieno, forse per un’insana voglia di ottimismo, come spesso mi accade quando ho dormito bene.

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