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La partita in una canzone: FATHER AND SON (Cat Stevens, 1970)

(di Andrea Minardi)

Il 1970 e’ l’anno piu’ significativo della mia vita, non fosse altro perche’ dovetti venire al mondo.

Musicalmente parlando, anno di qualita’ eccelsa, con l’uscita, proprio sul finire , dell’album Tea for the Tillerman di Cat Stevens, con questa traccia Father and Son, per me, eraclitamente soggettivamente parlando, una delle piu’ belle canzoni mai scritte.

Ci sapeva fare, il gatto Stevens, almeno in giovane eta’, prima che il fanatismo religioso obnubilasse la sua mente e lo porto’ ad applaudire al proclama di condanna a morte ai versetti satanici di Rushdie.


Ma come per il servizio militare e la scuola, ci si ricorda delle cose belle, e questa lo e’ davvero.

Con gioia mista a banalità (chiedo venia) questo pezzo mi baleno’ al gol di Daniele Maldini, figlio di Paolo.

Come Stevens parla al figlio, immagino che anche Paolino abbia dispensato consigli propedeutici ad affrontare il corso della vita, quantomeno quella sportiva.

E le difficolta’ vi sono, Il Daniele sembrava un pesce fuor d’acqua per 40 minuti belli e buoni, e’ giovane, e come il protagonista della canzone,quella era la colpa sua.

Ma anch’egli non si abbatte, del resto anche i padri, prima di noi, hanno avuto le loro difficoltà; e trova la rete quando nessuno se l’aspetta, come le feste a sorpresa quando vengon bene.

Gli occhi del padre, che così felice non l’avevo forse visto mai, son stati quelli dei nostri in sala parto, alle nostre tesi di laurea, ai matrimoni (magari con pentimento successivo..); ma un plauso lo vorrei fare anche ad altri giovani figli, che anagraficamente potrebbero essere i miei, come Diaz, Theo, Kalulu, che danno un contributo a farci continuare ad assaporare il dolce sapore della vittoria.

Questo Milan di figli non degeneri ci fa tornare un po’ bambini, tale e’ sempre un po’ chi sogna, e ci rende piu’ agevole il compito di tener buoni i nostri, perche’ da piccoli e’ facile tenere per chi vince, e noi ahime, da troppo tempo sembravamo non poterlo fare piu’.

Forse perche’ freudianamente si fanno pensieri strani, anch’io ho voluto chiamare il mio, di padre, a fine partita; fu lui che mi inizio’ alla fede rossonera.
Era felice, pur nei limiti di come puo’ esserlo una persona con una malattia invalidante. e mi e’ venuto da chiedermi se mai mi avesse guardato con lo stesso orgoglio di Maldini Paolo a La Spezia; forse cosi, no, mai, quantomeno mai me ne son accorto, ma mi piace pensare che magari ero solo distratto.

Clicca qui per ascoltarla!

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