NEWS, papà van basten,

Pane e retorica

Digitate sul più noto motore di ricerca del web la parola “retorica”. Fatto? Perfetto, ora, tra le varie definizioni, leggete: “Atteggiamento dello scrivere o del parlare, o anche dell’agire, improntato a una vana e artificiosa ricerca dell’effetto con manifestazioni di ostentata adesione ai più banali luoghi comuni“.

Direi che calza a pennello con quello che è avvenuto e sta avvenendo sui principali quotidiani nazionali, sportivi e non, e, ancor di più, sui social, dopo i sonori fischi indirizzati a Gianluigi Donnarumma nel corso di Italia-Spagna.

Getto subito la maschera, onde evitare di scendere anch’io nello stucchevole uso della retorica: tifo per il Milan e per la Nazionale Italiana, non ero a San Siro ma, se lo fossi stato, avrei fischiato il portiere azzurro. E l’avrei fatto a ragion veduta e senza vergognarmene. La storia è nota e non è il caso di stare qua a ripeterla per l’ennesima volta, così come non è il caso di ribadire che Donnarumma non è stato fischiato per essersi trasferito al PSG (scelta legittima, seppur dolorosa, data la caratura, l’età del calciatore e i tempi che corrono). No, Donnarumma è stato fischiato per le modalità con cui ha deciso di trasferirsi al PSG.

Se è vero nessuno può negare il diritto del giocatore/lavoratore di portare a scadenza il proprio contratto di lavoro e, gratuitamente, sottoscriverne un altro con un club diverso, è altrettanto ovvio che tutti hanno il diritto di contestare sonoramente, e civilmente, la scelta del professionista Donnarumma che ha scientemente deciso di far ingrossare ancor di più il già sostanzioso conto in banca del proprio procuratore invece di far incassare qualche soldo al club che per anni lo ha reso il neo maggiorenne più pagato del mondo (senza voler dimenticare gli emolumenti percepiti dal fratello Antonio, diventato, per quattro stagioni, il terzo portiere più ricco del globo).

Mi si contesterà che non era il momento, che ieri sera Donnarumma rappresentava la Nazione in una competizione europea. A parte che il coniuge innamorato – qual era la tifoseria milanista – una volta scopertosi cornuto non è che sta lì a verificare quale sia il momento formalmente giusto per dirne quattro a chi lo ha tradito, ma l’idea che chi rappresenta il tricolore sia esente da contestazioni è a dir poco fuorviante. Non siamo noi italiani i primi a spernacchiare (giustamente) i nostri politici quando, con i loro comportamenti, ci fanno fare figuracce all’interno del Parlamento Europeo? Non rappresentano anche loro, in quel momento, la Nazione? Per caso andrebbero applauditi ed incensati a prescindere, in virtù del loro passaporto o del ruolo che occupano? No, cari miei, non funziona così in nessun campo. Homo faber fortunae suae, nella politica, nello sport, nei rapporti interpersonali, nella vita.

Mi si dirà che a noi “tifosotti” è piaciuto festeggiare la vittoria dell’Europeo giunta grazie (anche) alle sue parate. E con ciò? Sono capace di distinguere la bravura sul campo dall’ingrata stronzaggine fuori. Esalto la prima, contesto la seconda.

E’, peraltro, inutile chiedersi dove fossero gli odierni indignati quando lo Juventus Stadium riempì di fischi il nazionale Leonardo Bonucci, reo di essersi trasferito al Milan, oltretutto quella volta previo ingresso di fior fior di milioni nelle casse bianconere. Erano assenti. Così come hanno spesso evitato di inondare i social di tweet carichi di sdegno o di dedicare la prima pagina dei quotidiani ai calciatori vittime (mai parola fu più appropriata) di insulti a sfondo razziale.

Nella ricerca del più banale luogo comune, e quindi della retorica più spicciola, è più facile buttarla in caciara (vedi accuse di inesistente razzismo ad Ibra nello scontro con Lukaku) o, addirittura, arrivare ad equiparare i fischi giunti a Donnarumma, colpevole di avida ingratitudine, agli insulti rivolti a Koulibaly e Maignan, i quali, al contrario, non hanno colpe ma solo un colore della pelle diverso.

Mettere sullo stesso piano i tifosi che ieri hanno fischiato il portiere della nazionale, reo di aver tradito un amore grande così in ossequio al vil denaro, e quelli che distinguono il mondo in razze superiori ed inferiori, è uno squallido e vuoto esercizio di stile, al quale mi sottraggo volentieri. Continuerò a sostenere il valore dell’amore per la maglia, il valore della chiarezza, il valore della gratitudine, il valore dello sport senza distinzioni di razze e colori. E sarò sempre dalla parte di chi contesta la mancanza di questi valori. Nutritevi pur voi di pane e retorica.

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Tragicomico

Parole sacrosante, bravo!

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