NEWS, papà van basten,

Grazie papà

Rapallo (GE).
Venerdì 30 Aprile 2004.
8:00 A.M.
– “Mamma, tranquilla. Ora i dottori si prenderanno cura di te. Vedrai che in poco tempo sarà tutto finito e potremo tornare a casa, ok?”
– “Ok, va bene. Non vedo l’ora di tornare a casa.”
Queste furono le parole che mio padre e mia nonna si scambiarono la mattina del 30 Aprile 2004, in una clinica della cittadina in provincia di Genova, prima che i medici la portassero in sala operatoria per un delicatissimo intervento al cuore.
Eravamo partiti dalla Calabria pochi giorni prima, carichi di preoccupazioni e speranze.
Io (all’epoca dodicenne), mio padre e mio nonno, consapevoli e coscienti della gravità di quello che stavamo vivendo.
E poi c’era mia nonna, bellissima e coraggiosa nella sua innocente incoscienza.
L’intervento dura parecchie ore, di preciso non ricordo quante, ricordo però che quel giorno sembrava non passare mai, tra le sigarette di mio padre e le avulse passeggiate del nonno.
Avete presente la sensazione che si prova quando continui a guardare l’orologio e imprechi contro quelle lancette che vorresti volassero e invece restano lì, inermi e immobili? Ecco, è esattamente quella la sensazione che intendo.
È pomeriggio ormai quando il chirurgo ci raggiunge nella sala d’aspetto.
Gli occhi stanchi e vivi di chi ha appena compiuto una grande impresa.
– “Nonna Francesca sta bene”. Mi dice, rivolgendomi un sorriso che potevo sentire e vedere nonostante la mascherina.
A quelle parole, seguirono lacrime, urla, abbracci, salti e corse frenetiche e deliranti tra i corridoi dell’ospedale.
Abbracciai mio padre, il chirurgo, baciai mio nonno. Eravamo felici. Sollevati.
– “Papà, possiamo tornare a casa adesso, vero?
– “Non così in fretta Giusè” (mio papà mi chiama così, da sempre).
Rimasi spiazzato e colpito da quelle parole. Nella mia testa l’equazione era semplice: “Nonna sta bene, possiamo riportarla a casa.
Ma non fu così e solo qualche giorno dopo avrei capito il perché..
Domenica 2 Maggio 2004.
8:30 A.M.
Nonna sta bene.
Il recupero procede al meglio e i dottori sembrano anche più simpatici rispetto a quando siamo arrivati.
Sto passeggiando nel giardino della clinica quando mio padre mi raggiunge di corsa per avvisarmi che avremmo dovuto fare le valige per andare subito a Milano.
Milano? Cosa c’entra Milano adesso”Pensai tra me e me.
– “E nonna? Mica possiamo portarla con noi?! Ma poi, perché diamine dobbiamo andare a Milano, papà?!
– “Giusè, prepara la tua borsa in fretta e fidati di quello che ti dico io. Ok? Con nonna è tutto organizzato. Zia Antonella sarà qui a momenti e ci penserà lei per oggi. Noi torneremo domattina”.
– “Ok papà, faccio in fretta.
Partimmo dalla stazione di Genova in tarda mattinata, credo fossero le 11:00 circa e arrivammo a Milano che erano quasi le 14:00. Li in Centrale, ad aspettarci, c’era mio cugino Antonio.
Un saluto veloce ed una fretta che non riuscivo a spiegarmi. Che non ci apparteneva (dopotutto siamo pur sempre gente del sud eheh).
Ma che sta succedendo oggi?!” La mia testa macinava pensieri su pensieri mentre la Volkswagen Golf di mio cugino si dileguava nel traffico cittadino come una scheggia impazzita.
– “Oh, finalmente eccoci arrivati! Piazzale Lotto! Alleluia! Mi raccomando Peppì, il tempo di parcheggiare e corriamo eh!” Esclamò mio cugino.
– “Corriamo? Ma perché non devo fare altro che correre da stamattina papà?! Volete dirmi che sta succedendo?!Cercavo risposte nello sguardo misterioso e divertito di mio padre.
– “Tranquillo Giusè, vedrai che ne varrà la pena.” Mio padre mi rispose così, consapevole di quello che, da lì a poco, avrei vissuto e mai più dimenticato.
Appena riuscimmo a parcheggiare, ignaro e spaventato, seppure emozionato e divertito da tutta quell’assurda situazione che ormai mi aveva completamente rapito, cominciai a correre, stringendo le mani ruvide di mio padre e impegnandomi al massimo per tenere il passo.
Un viale enorme e alberato, faceva da sfondo a quella corsa grottesca e strampalata che, a mia insaputa, mi stava portando a sbattere dritto contro il “paradiso”.
Mancano pochi minuti alle 15:00 quando alzo lo sguardo e dinnanzi a me vedo sorgere San Siro. Impetuoso, maestoso, poderoso e spavaldo nella sua magnificenza.
Mi blocco, incredulo e spaesato come se stessi vivendo un sogno o un’allucinazione. Tremo. Balbetto. Sudo.
– “Che c’è Giusè? Ancora non l’hai capito?! Corri che comincia la partita!!”
Quel giorno lì, come tutti ormai sappiamo, si giocava Milan – Roma.
Era il 2 Maggio 2004.
Io avrei compiuto gli anni l’11 di quel mese e mio padre, tempo prima, aveva preso i biglietti per la partita a mia insaputa. Questo era il suo regalo per quel compleanno. Mi aveva regalato San Siro. Era la mia prima volta e il destino aveva stabilito che quella partita valesse lo scudetto.
Il match termina 1 a 0. Siamo campioni d’Italia con gol di Sheva, mio idolo di sempre.
Ricordo tutto di quel giorno nonostante siano passati 17 anni. Ricordo la corsa sfrenata per raggiungere l’ingresso dello stadio. Ricordo la ricerca spasmodica del mio seggiolino tra quel mare di fratelli rossoneri. Ricordo che piangevo senza accorgermene per l’emozione appena trovato il mio posto. Un pianto che lavava via la tensione e la preoccupazione dei giorni precedenti. Un pianto che mi riconciliava con la serenità e la spensieratezza che un ragazzino di dodici anni dovrebbe vivere incondizionatamente.
Ricordo il dribbling di Kakà, sulla fascia destra, dopo un minuto.
Ricordo i capelli biondi di Sheva che impattano la palla e inchiodano Pelizzoli.

Ricordo la pioggia a fine partita e i cori della Sud.
Ricordo bene il volto di mio padre, emozionato e felice più di me, forse.
Ricordo il ritorno a Rapallo, in treno la mattina dopo e i miei racconti mitologici su quel che avevo vissuto il giorno prima, agli sventurati passeggeri di quel vagone.
Ricordo il sorriso di mia nonna, quando ci vide tornare e la sua voglia matta di sentire dalla mia bocca, il racconto di quel film meraviglioso che mio papà era riuscito a farmi vivere solo 24 ore prima.
Ricordo tutto.
Domenica tornerò allo stadio a vedere il derby, sicuramente più maturo e consapevole di cosa vuol dire tifare e soffrire per questi colori.
Sono passati diciassette anni da quel giorno e tante cose sono cambiate.
Sono cambiato io. È cambiato il Milan ed è cambiato anche mio papà, nonostante continui a chiamarmi “Giusè” anche oggi che ho quasi trent’anni.
Nonna Francesca non c’è più e il mio mondo è un po’ più triste ormai.
Ma se c’è una cosa che mi aiuta a stare meglio, ancora oggi dopo diciassette anni, è il ricordo di quell’esperienza meravigliosa che ho vissuto grazie al cuore muscoloso e rossonero di mio padre.
Perciò, conserviamoli e custodiamoli i ricordi.
Torniamo allo stadio appena ne abbiamo la possibilità e rendiamoci partecipi delle emozioni che ci accomunano grazie alla fede per questa squadra.
Tifiamo, sosteniamo i nostri ragazzi, emozioniamoci, urliamo, piangiamo e gioiamo. Portiamo i bambini allo stadio! Perchè non c’è orto migliore dove coltivare una Fede se non nel cuore di un bambino.
Perché amare il calcio è semplice, anche al giorno d’oggi. Farlo da tifosi del Milan è la sensazione più bella del mondo.
Buon derby a tutti e forza vecchio cuore rossonero. Sempre.
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