Il Giorno della Memoria parte II

Il Giorno della Memoria parte II

Un anno fa ti raccontai il Giorno della Memoria. Continuerò a farlo, non solo a gennaio, ma in tutte le occasioni che mi si presenteranno. Anche

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Un anno fa ti raccontai il Giorno della Memoria.
Continuerò a farlo, non solo a gennaio, ma in tutte le occasioni che mi si presenteranno. Anche a costo di inventarne qualcuna.

“… Paura […] Per mia moglie e il mio bambino, che non ha mai conosciuto realmente suo padre. Il mio cuore mi dice che questa potrebbe essere l’ultima lettera che scrivo. Se così dovesse essere, ti chiedo questo: dopo la guerra va’ in Germania, ritrova mio figlio e parlagli di suo padre. Parlagli dell’epoca in cui la guerra non ci separava e digli che le cose possono essere diverse fra gli uomini su questa terra.

Tuo fratello Luz”.

Luz Long, atleta simbolo della razza ariana, scrisse così al suo amico Jesse Owens, campione olimpico afroamericano a cui il Führer dovette stringere la mano. Luz Long fu uno dei pochi a restare umano e a pensare con la sua testa. Ed è così che ti insegnerò a fare, auspicando che la tua testolina recepisca i miei insegnamenti.

Ti ho già parlato di Weisz, l’allenatore e talent scout che scoprì Meazza, il quale dovette abbandonare la panchina del Bologna per morire ad Auschwitz. Così come di Erbstein sopravvissuto alle violenze naziste ma non al fato di Superga. Ti ho citato Miha e Boban, serbo il primo e croato il secondo, e le rispettive esperienze durante la guerra più terribile e fratricida d’Europa. Basti citare l’associazione “Forgotten children of war” per riassumerne l’orrore.

Non vogliono essere parole “politically correct”, né mi voglio spacciare per una mamma radical-chic. Ti sto raccontando esempi tratti dalla Storia.
Il razzismo esiste da sempre: lo studierai a scuola con il colonialismo, con le diaspore ebraiche, con la seconda guerra mondiale, con i gulag, l’Apartheid. La discriminazione va ben oltre. Pensa ai dualismi italici fra fascisti-partigiani, oppure ai britannici fra cattolici e protestanti; pensa al timore verso gli Islamici; la divisione tra terronipolentoni; lo scontro culturale – e finalmente l’incontro – con gli Albanesi e i Rumeni. Il razzismo è nella civilissima Svezia, dove il nostro Ibra ha lottato parecchio per essere considerato svedese. Il razzismo è sempre vivo negli USA, nonostante Tyger Woods e i super uomini dell’NBA; è nel vivace Brasile, dove da sempre la Seleção è composta da bianchi borghesi e da neri provenienti dalle Favelas.

Il razzismo per antonomasia continua a vivere, anzi, a essere sponsorizzato in Israele e Palestina, ma in questo caso mi devo addentrare in un intricato groviglio di motivazioni economiche e politiche più che religiose (e pensare che l’arabo e l’ebraico hanno un’unica matrice linguistica…).

Io stessa ho subito episodi di razzismo da parte di quelli che si definiscono “Naziskin” (ndr. la morte cerebrale), durante il mio Erasmus nella ex Germania dell’Est a metà degli anni ’90.

Ma, vedi Giada, Anna Seghers ci insegna che è nei momenti più bui della follia umana che emergono i Giusti, persone coraggiose che si oppongono a situazioni di profonda ignoranza. Nel suo capolavoro “La Settima Croce” ci mostra che non tutti i tedeschi erano nazi e che, anzi, in parecchi si prodigavano per opporsi al sistema. Il nostro Gino Bartali percorse km su km, nascondendo nel sellino documenti falsi che salvarono la vita a ottocento ebrei. Maria Helena Friedlander insegnò ginnastica a parecchie tedesche fingendosi nazista convinta, mentre nascondeva potenziali prigionieri nella sua casa in Olanda. Così fecero altri sportivi quali Zarko Dolinar, tennista da tavolo che si comportò come Bartali. Tutt’altro che sportivo, anzi, amante del buon cibo e soprattutto del vino, fu Oskar Schindler, un pessimo imprenditore tedesco che perse tantissimo denaro, ma che salvò centinaia di ebrei.

Ora, non è necessario attendere un conflitto mondiale con malignità di ogni tipo per distinguersi. Damiano Tommasi ed Eusebio Di Francesco fondarono scuole calcio nella ex Jugoslavia per far sì che si riallacciassero attraverso lo sport i rapporti consumati dei serbo-croati-bosniaci. La Gobba ha appena ideato il progetto “un calcio al razzismo”, realizzabile addirittura in dadGiorgione Weah ha abolito la legge che limita la cittadinanza liberiana ai soli neri, consentendo ai bianchi di acquistare terre, aumentando il valore economico del suo paese.

La speranza siete voi bambini e la società multietnica che si sta piano piano delineando. Tu non badi al colore della pelle del tuo compagno di scuola perché è semplicemente un bambino; Cenerentola e Belle hanno lo stesso fascino di Jasmine; Maignan e Tomori hanno il colore di due bambole da cui non ti stacchi mai. Perché, come ti ho già spiegato l’anno scorso, non si nasce razzisti, lo si diventa ascoltando battute oscene da bar, gridando i “buuu” allo stadio, ignorando la Storia, non viaggiando. E spetta a me comprarti bambole di ogni tipo perché tu capisca che la forza del mondo sta nella diversità.

Lebron James ha dichiarato che “il razzismo farà sempre parte della storia, ma penso che le persone hanno l’opportunità di influenzare la gioventù che verrà”.

Si dice che chi dimentica muore; forse, in questo caso, avremo vinto quando avremo dimenticato la giornata della memoria in quanto non più necessaria.

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