Mio papà è un supereroe

Mio papà è un supereroe

Ode ad un padre disinteressato Lo dico, lo confermo, mi metto a nudo, lo confesso.Prima di tutto sono un fan della domenica. Poi

Le prime pagine di oggi 26 Maggio
Brocchi si nasce, Kalinic si diventa! (Top & Flop Milan-Torino)
Da quanto tempo…

Ode ad un padre disinteressato

Lo dico, lo confermo, mi metto a nudo, lo confesso.
Prima di tutto sono un fan della domenica. Poi dello sport. E quando mi conviene della «domenica sportiva».

La mia è una famiglia italiana atipica nel suo essere italiana.
Figlio di operai, a loro volta figli di immigrati – i famosi terroni che, esattamente come quei ragazzi nei campi di pomodori oggi, rubavano il lavoro ai polentoni nelle fabbriche.
Cosa fa una persona quando lavora sei giorni su sette, nel suo giorno libero? Va al bar.
Va al bar perché i figli sono fantastici, ma a piccole dosi.
Va al bar perché «siamo tutti Homer Simpson». Grassi? Calvi? Stupidi, perfino? Probabile – più probabilmente però vogliamo solo rilassarci dopo il lavoro davanti a una corposa birra.
Va al bar perché c’è la partita.
Ma i miei nonni no.

I miei nonni facevano tutt’altro. Non so neanche io cosa e scusate se vi smonto così, subito, il mito degli “hipster” ante litteram.
In tale contesto era quindi normale che i miei genitori (e relativi fratelli) del calcio se ne infischiassero. Zero assoluto. Freddezza. Apatia.
Oddio adesso sto esagerando, una tiepida simpatia per la Juventus mio padre la nutre. Nulla di che – non sono andato a dormire sentendo le favole di Buffon e Del Piero.

Ho provato da bambino a «essere juventino» come il papà. Ho provato ma mi era molto difficile poiché è un insulto definire mio padre come tale, dato che il suo livello di tifoseria si limita a dire «evvai» se la “sua squadra” vince o dire «va be’… capita» quando perde.

Da ragazzino ho giocato a basket. Ho nuotato e ho perfino giocato a rugby.
Leggevo libri di poesie e schifavo il calcio.
«È lo sport dei coatti, non è nobile, è violento, i tifosi bevono…». Ero insopportabile, me lo riconosco.

E adesso? Ci arriviamo, ci arriviamo.

Unica eccezione di tifoseria in famiglia, “quota rossonera” oserei dire, era mio zio materno.
Ora non direi un appassionato, ma d’altronde la mia percezione di cosa fosse un tifoso era stata fino a quel momento papà, quindi capite bene.
Fatto sta che le partite lui se le guardava, lui esultava e a volte si emozionava. Ma perché?

La premessa tarda è che comunque, a casa mia, i mondiali e gli europei si sono sempre visti.
Pizza, Coca-Cola e rutto libero: trinità – cosa avrebbe voluto di più un ragazzino che per quanto si sforzasse di fare «quello grande» era comunque un ragazzino, appunto?

Provo, “per sport”, a guardare una partita del Milan – «così, de botto, senza senso» , forse per avere una scusa per fare il porco sul divano, forse per cercare di capire mio zio.
Mi trovo a pensare (a volte capita): «e se ci fosse di più oltre a una notte di divertimento e amenità verso i santi del calendario?». Inizio a osservare la partita.
C’è la musica. C’è la festa allo stadio.
Penso, di nuovo (evento raro): «e se forse l’emozione di mio zio fosse data da qualcosa di reale?». Inizio a guardare la partita.
C’è, anzi ci sono, atleti che mettono anima e corpo nel gioco. C’è, anzi ci sono, persone come me, sugli spalti, che mettono anima e corpo nel far sentire il proprio calore alla squadra.
Penso, ancora (e a questo punto siamo davvero tutti stupiti): «ma allora il calcio ha un animo, è vivo». Il televisore è come una calamita ormai.

E poi? E poi GOL! Esulto e neanche me ne accorgo.
Il tifoso per caso: la parabola di un ragazzo qualsiasi.

Si ma, poi, per davvero? Inizia a germogliare piano piano in me un certo interesse, leggo qualcosa qui, ascolto qualcosa là.

Il resto della storia, se mi state leggendo qui su Papà, Van Basten e altri supereroi, credo sia intuibile se non scontato: sono diventato tifoso (a modo mio, tengo a ribadirlo) – forse alcuni di voi si stanno anche rivedendo e magari emozionando (ndr. vedi sburòn).

Che lagna! Si ma ora ho finito.

Mio padre non mi ha mai portato allo stadio.
Mio padre non mi ha mai raccontato di nessun mito del calcio.
Mio padre non ha mai pianto di gioia per una Champions – va be’ questa era gratuita, essendo a modo suo pur sempre juventino.

Mio padre mi ha visto crescere e mi ha visto diventare milanista.
Mio padre mi ha dato una pacca sulla spalla e mi ha sorriso quando gli ho detto che cosa facevo su questa pagina. «Bravo» mi ha detto. Anche se gli ho dovuto spiegare 3 o 4 volte cosa fosse un copywriter.

Mio padre è un supereroe perché vuole bene a un figlio che fa cose che non capisce e non gli interessano.

Ti voglio bene papà

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